LIVIGNO – Quando, nel tardo pomeriggio, la Fiamma Olimpica ha fatto il suo ingresso a Livigno, è apparso subito chiaro che non si trattava di un semplice passaggio simbolico. Quella luce viva, custodita e accompagnata da trenta tedofori scelti per rappresentare il legame tra sport, persone e territorio, ha acceso qualcosa di più profondo: il senso di appartenenza di un’intera comunità che si è riconosciuta, passo dopo passo, in un rito antico e sempre nuovo.
La staffetta ha abbracciato tutto il territorio, raggiungendo il Passo d’Eira e Trepalle, accompagnata dal Corpo Musicale di Livigno. Qui la Fiamma ha cambiato forma e ritmo: caricata su una motoslitta, è salita verso l’iconico aereo militare di Mottolino, per poi proseguire in parapendio, regalando immagini di grande impatto fino all’atterraggio al Livigno Snow Park. Un viaggio scenografico, sospeso tra cielo e neve, che ha trasformato il paese in un palcoscenico naturale, attraversato da applausi, sguardi emozionati e silenzi carichi di significato.
Il cuore pulsante della celebrazione è stato il Fan Village in zona Isola, dove il pomeriggio si è aperto con un momento di racconto e memoria: immagini e contenuti dedicati alla Fiamma Olimpica hanno ripercorso il suo significato lungo il cammino verso i Giochi Invernali. I saluti istituzionali hanno poi sottolineato quanto, a Livigno, lo sport non sia un evento straordinario, ma parte integrante della quotidianità, elemento identitario che accompagna generazioni di residenti e atleti.
Con il calare della sera, l’atmosfera si è fatta sempre più intensa. Musica e partecipazione del pubblico hanno scandito l’attesa fino all’arrivo dell’ultimo tedoforo, accolto da una piazza raccolta e profondamente coinvolta. Un istante sospeso, culminato nello spettacolo pirotecnico che ha illuminato il cielo sopra la valle, suggellando una giornata destinata a restare impressa nella memoria collettiva.
Al centro dell’evento, però, non c’è stata solo la spettacolarità delle immagini, ma soprattutto il volto umano della staffetta. Trenta storie diverse, unite da una stessa visione dello sport come strumento di educazione, inclusione e benessere. Tra i tedofori, tre figure simboliche della comunità livignasca: Clemente Silvestri, interprete dello sport come linguaggio educativo; Mario Melazzini, che vive la montagna come spazio di salute e armonia; Giovanbattista Ceresa, medico e sportivo, punto di riferimento per chi riconosce nel movimento uno stile di vita. Insieme hanno incarnato il senso più autentico della Fiamma: condividere un bene prezioso perché diventi patrimonio di tutti.
Quella del 30 gennaio è stata così molto più di una giornata celebrativa. È stata una dichiarazione d’identità. Livigno ha ribadito di essere una comunità che vive di sport 365 giorni all’anno, che ne fa strumento di coesione sociale e che ha costruito nel tempo un contesto capace di accogliere tanto i grandi campioni quanto le storie quotidiane di chi la montagna la abita e la custodisce. In questo scenario, il passaggio della Fiamma appare come il suggello di un percorso iniziato decenni fa, generazione dopo generazione.
Ora che la Fiaccola ha lasciato il paese, resta un’energia nuova e palpabile. Un sentimento condiviso che accompagnerà Livigno negli ultimi giorni di avvicinamento ai Giochi, quando queste stesse montagne diventeranno teatro delle competizioni di freestyle e snowboard. Perché se la Fiamma prosegue il suo viaggio verso Milano e lo stadio di San Siro, qui lo spirito olimpico ha messo radici profonde. E da oggi, a Livigno, brucia più vivo che mai.