VALDIDENTRO – Nel cuore selvaggio del Parco Nazionale dello Stelvio, tra le pareti scoscese della Valle di Fraele, è riemerso un mondo perduto. Qui, dove oggi si arrampicano camosci e aquile, 210 milioni di anni fa camminavano branchi di grandi dinosauri erbivori lungo le piane costiere dell’Oceano Tetide. A rivelarlo sono migliaia di orme perfettamente conservate su gigantesche lastre di dolomia diventate verticali con il sollevamento delle Alpi.
L’annuncio arriva da Regione Lombardia e dal paleontologo Cristiano Dal Sasso del Museo di Storia Naturale di Milano. Le sue parole non lasciano dubbi sulla portata del ritrovamento: “È una vera e propria valle dei dinosauri che si estende per chilometri: il sito più grande delle Alpi e uno dei più ricchi al mondo”. Una dichiarazione che colloca la scoperta tra le più importanti di sempre per il territorio italiano.
Dal Sasso aggiunge: “Probabilmente è la scoperta paleontologica più rilevante sui dinosauri italiani dopo quella di Ciro“. Il riferimento è al celebre esemplare rinvenuto in Campania nel 1980, che rivoluzionò gli studi sui dinosauri nel nostro Paese.
Sulle superfici dolomitiche oggi quasi verticali scorrono piste lunghe centinaia di metri. La regolarità e la disposizione parallela di molte orme indica spostamenti sincronizzati: animali che camminavano insieme, seguendo rotte comuni. Ma non è tutto.
Secondo Dal Sasso, alcune configurazioni mostrano tracce disposte in cerchio, un indizio affascinante di comportamenti complessi, forse strategie difensive di gruppo davanti a predatori o eventi improvvisi. Un frammento di comportamento fossilizzato nel tempo. Le impronte, grandi fino a 40 centimetri, mostrano nei casi meglio conservati persino dita e artigli, una definizione rarissima per tracce così antiche. A quell’epoca, il paesaggio non era alpino: la Valle di Fraele si trovava in una zona tropicale piatta e umida, formata da immense piane di marea che si estendevano verso la Tetide.
La scoperta non è frutto di una campagna scientifica, ma di uno sguardo attento e fortunato. Il 14 settembre scorso, il fotografo naturalista Elio Della Ferrera era in zona per immortalare cervi e gipeti. Durante l’escursione, ha notato forme insolite sulla roccia: una sequenza di impronte che si ripeteva, quasi sospesa nel vuoto.
Capendo l’importanza del ritrovamento, ha immediatamente inviato le immagini a Dal Sasso e alla Soprintendenza. Da quel momento, il silenzio della Valle di Fraele si è riempito di un nuovo significato: quello di un archivio naturale rimasto nascosto per milioni di anni.
Le prime analisi indicano che le impronte appartengono a dinosauri prosauropodi, antenati dei giganteschi sauropodi del Giurassico come il brontosauro. Erano animali erbivori dal collo lungo, testa piccola e corpo massiccio, dotati di artigli appuntiti su mani e piedi. Alcune specie potevano raggiungere i dieci metri di lunghezza.
I loro resti scheletrici sono noti in Svizzera e Germania, ma mai, fino ad oggi, erano state documentate in Italia tracce così numerose e così ben preservate.
La Valle di Fraele non è raggiungibile da sentieri: le pareti che ospitano le orme sono ripide, in alcuni tratti quasi verticali. Per gli studiosi sarà indispensabile l’uso di droni, rilievi digitali, fotogrammetria e telerilevamento 3D.
Le ricerche richiederanno anni, probabilmente decenni. Ogni nuova pista, ogni dettaglio anatomico potrà offrire informazioni preziose sull’evoluzione dei dinosauri e sugli ambienti che precedettero il Giurassico.
In una stagione in cui le Alpi valtellinesi si preparano ad accogliere l’attenzione internazionale per i Giochi olimpici invernali Milano-Cortina, questa scoperta aggiunge un capitolo inatteso alla storia del territorio: un patrimonio scientifico che diventerà inevitabilmente oggetto di studio, tutela e valorizzazione.
Oggi quelle impronte sembrano arrampicarsi verso il cielo, ma un tempo erano passi che affondavano in una sabbia tropicale. La geologia le ha sollevate, inclinate, piegate. La scienza le ha riportate alla luce.
La Valle di Fraele, silenziosa e remota, si rivela ora per ciò che è sempre stata: un libro di pietra che conserva il cammino di un mondo perduto.