BORMIO – Cosa succede quando un lupo abbatte un cervo e lascia dietro di sé una carcassa? E come si comportano, in quel contesto, predatori più piccoli come le volpi? A queste domande prova a rispondere un nuovo studio condotto nel Parco Nazionale dello Stelvio, pubblicato il 21 settembre sul Journal of Zoology con il titolo Balancing Risk and Reward: Red Fox Exploitation of Kill Sites in a Wolf-Occupied Landscape.
La ricerca, firmata da Valerio Donini, Luca Corlatti, Luca Pedrotti, Giulia Borsani e Matteo Nava, ha analizzato il comportamento delle volpi in corrispondenza di 26 carcasse di cervo uccise dai lupi, cercando di capire se la presenza del grande predatore spingesse le volpi a evitare quei luoghi oppure se, al contrario, la disponibilità di cibo fosse abbastanza importante da compensare il rischio.
Lo studio è stato condotto nel settore meridionale del Parco dello Stelvio tra novembre 2022 e dicembre 2024. In corrispondenza delle carcasse attribuite con certezza alla predazione del lupo sono state posizionate fototrappole, mantenute attive fino a 25 giorni. I ricercatori hanno valutato anche la quantità di tessuto ancora presente sulla carcassa, il tipo di habitat, l’attività umana e diversi indicatori della presenza dei lupi.
Il dato più immediato è che le volpi hanno visitato tutte e 26 le carcasse monitorate, mentre i lupi sono tornati su 20 di esse. Nel complesso le fototrappole hanno registrato migliaia di eventi riferibili alle volpi, nettamente più numerosi rispetto ai ritorni dei lupi sui siti di predazione.
Il risultato più interessante riguarda proprio ciò che sembra guidare la scelta delle volpi. Secondo lo studio, la loro presenza nei siti era collegata soprattutto alle condizioni della carcassa e alla quantità di cibo ancora disponibile, più che all’attività recente dei lupi. In altre parole, una carcassa poco consumata e quindi ancora ricca di risorse risultava particolarmente attrattiva.
Non è invece emerso un chiaro comportamento di evitamento temporale nei confronti del lupo. Le volpi non sembravano cioè ridurre sistematicamente le proprie visite nelle ore immediatamente vicine al passaggio dei lupi o in funzione del tempo trascorso dall’ultima loro presenza. Questo non significa che le volpi non percepiscano il lupo come un potenziale pericolo, ma piuttosto che, alla scala temporale analizzata dallo studio, il vantaggio rappresentato dal cibo disponibile risultava più evidente del possibile effetto deterrente della presenza del predatore.
La ricerca aggiunge quindi un tassello interessante alla comprensione del ruolo ecologico del lupo sulle Alpi. Il suo ritorno non riguarda soltanto il rapporto diretto con le prede. Le carcasse lasciate dopo una predazione possono diventare infatti una risorsa per altri animali, compresi i mesocarnivori come la volpe. Lo studio mostra così come un grande predatore possa influenzare indirettamente anche altre specie, non soltanto attraverso la competizione o il rischio, ma anche creando nuove occasioni alimentari all’interno della rete ecologica.
È proprio questo equilibrio tra rischio e opportunità a essere al centro del lavoro: per una volpe, una carcassa di cervo rappresenta una fonte di energia molto importante, ottenibile senza dover cacciare direttamente una preda di grandi dimensioni, ma nello stesso luogo potrebbe tornare il lupo che l’ha abbattuta.
Nel Parco dello Stelvio, almeno per le 26 carcasse osservate, la disponibilità di cibo sembra aver pesato più della paura. Un risultato che contribuisce a raccontare in modo più preciso le complesse relazioni che si stanno ricostruendo negli ecosistemi alpini con il ritorno stabile del lupo.