Albosaggia

Albosaggia, in 50 anni scomparso quasi il 60% dei prati dei maggenghi

Dal 1975 persi circa 110 ettari di superfici prative.

Il primo cittadino richiama l'attenzione sulla tutela della montagna tra il successo di ScargaàMuut, l'agricoltura innovativa e nuovi progetti per il territorio.

Redazione VN – 2 Novembre 2026 12:12

Albosaggia, Centro Valtellina, Attualità

Agricoltura montagna mucche
(foto archivio)

ALBOSAGGIA – In cinquant’anni Albosaggia ha perso il 58,8% dei prati dei suoi maggenghi, circa 110 ettari di superfici un tempo destinate alle attività agricole e oggi progressivamente riconquistate dal bosco. È il dato più significativo emerso dalla ricognizione condotta dal sindaco Graziano Murada, che ha analizzato l’evoluzione del territorio dal 1975 a oggi, mettendo in evidenza una trasformazione destinata a incidere non soltanto sul paesaggio, ma anche sul futuro dell’agricoltura e delle comunità montane.

Una riflessione che arriva in un momento particolarmente positivo per Albosaggia, reduce dal successo di ScargaàMuut 2026, con oltre 6.000 presenze, e dal riconoscimento regionale ottenuto dall’imprenditrice agricola Emanuela Coniglio per il suo progetto di agriglamping. Due esperienze diverse che, secondo il primo cittadino, indicano le potenzialità del territorio, ma rendono ancora più urgente la necessità di preservarne le risorse.

È soprattutto l’avanzata del bosco a preoccupare l’amministrazione comunale. Attraverso un’analisi che ha preso in considerazione i singoli maggenghi, Murada ha ricostruito la progressiva riduzione delle superfici aperte, un tempo mantenute attraverso lo sfalcio, il pascolo e il lavoro degli agricoltori.

“In cinquant’anni abbiamo perso il 58,8% dei prati dei maggenghi, pari a 110 ettari di superficie prativa”, evidenzia il sindaco, paragonando l’estensione scomparsa a circa metà del conoide del Torchione. In alcune località il cambiamento è stato particolarmente marcato. Ad Albosaggia Vecchia i prati si sono ridotti da 10 ettari a poco più di uno, mentre a Buglio si è passati da 8,5 ettari a poco più di 1,5.

Tra i maggenghi più estesi, Campei ha conservato una parte consistente delle proprie superfici, passando da 26 a circa 22 ettari, anche grazie all’attività del Mato Grosso. Più consistente la contrazione a San Salvatore, dove l’area prativa è passata dai 53 ettari del 1975 agli attuali 35. Il bilancio complessivo lascia oggi circa 80 ettari di prati, un patrimonio che, secondo Murada, richiede interventi concreti per evitare ulteriori perdite.

“Non possiamo permetterci di perdere un solo metro”, sottolinea il primo cittadino, richiamando anche il valore del lavoro svolto da quanti, negli anni, hanno mantenuto i terreni e recuperato le baite dei maggenghi. Per il sindaco, contrastare l’avanzata del bosco non significa soltanto conservare il paesaggio tradizionale, ma garantire continuità alle attività economiche che contribuiscono alla manutenzione del territorio.

Da qui il richiamo al ruolo degli agricoltori, considerati figure fondamentali per la salvaguardia dei prati e la gestione delle terre alte. “Da troppo tempo il futuro della montagna viene discusso in convegni e forum da chi vive lontano dalla montagna – osserva Murada, contrapponendo alle discussioni teoriche l’esperienza quotidiana di chi lavora direttamente sui terreni – Le risposte concrete si trovano solo nelle mani sporche di chi il territorio lo custodisce ogni giorno: l’agricoltore”, aggiunge.

Accanto al sostegno alle imprese agricole, il primo cittadino indica la necessità di ricorrere a strumenti capaci di intervenire anche dove le condizioni orografiche e logistiche rendono difficoltosa la gestione dei fondi. Tra questi figura l’ASFO – Associazione Fondiaria Foreste Orobiche, già attiva sul territorio e citata dal sindaco come esempio di gestione condivisa delle superfici agricole e forestali. L’obiettivo è trovare modalità di intervento che consentano di mantenere aperti i prati, sostenere chi lavora in montagna e restituire una funzione produttiva anche ai terreni più difficili da raggiungere.

Accanto alle criticità ambientali, Murada richiama due risultati recenti che considera significativi per il futuro del paese. Il primo è il riconoscimento ottenuto da Emanuela Coniglio agli Oscar Green 2026 di Coldiretti Giovani Impresa, nella categoria Campagna Amica, durante la premiazione regionale alle Ville Ponti di Varese.

Il suo progetto di agriglamping ad Albosaggia ha permesso di recuperare un antico terrazzamento, trasformandolo in uno spazio dedicato all’ospitalità sostenibile e alle attività agricole. Tre tende su palafitte inserite nel paesaggio, coltivazioni di erbe officinali, fiori eduli e mirtilli, apicoltura ed esperienze a contatto con gli asini sono gli elementi di una proposta che intreccia turismo, biodiversità e valorizzazione delle produzioni locali.

Dopo il successo lombardo, il progetto è atteso al confronto nazionale a Roma con le iniziative selezionate nelle altre regioni. Per Murada, quella di Coniglio è la dimostrazione di come anche terreni considerati marginali possano tornare a rappresentare una risorsa, attraverso idee capaci di generare nuove opportunità economiche.

Il secondo risultato è rappresentato da ScargaàMuut 2026, la festa delle terre alte e della transumanza che si è svolta dal 9 all’11 ottobre tra Albosaggia e Caiolo. Con oltre 6.000 presenze, circa 150 bovini e più di 200 volontari coinvolti, la manifestazione ha confermato la propria capacità di richiamare visitatori e valorizzare il lavoro degli allevatori, le tradizioni degli alpeggi e la cultura pastorale. Due esperienze che il primo cittadino considera espressione di un percorso comune: da un lato l’iniziativa imprenditoriale privata, dall’altro la collaborazione tra istituzioni, associazioni e cittadini.

È da questa combinazione di iniziative che prende forma quello che Murada definisce il «sistema Albosaggia», un modello ancora in evoluzione che punta a mettere in relazione agricoltura, turismo, cultura e tutela del territorio. La prospettiva è quella di creare nuove opportunità per i giovani, affinché possano scegliere di restare in montagna e costruire qui il proprio percorso professionale.

Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, il sindaco ritiene indispensabile preservare il patrimonio ambientale che rappresenta la principale risorsa del paese. “Non si tratta di nostalgia, ma di una trasformazione necessaria, se vogliamo rendere la montagna una fonte concreta di reddito, identità e prospettive per le generazioni future“, sottolinea.

Una sfida che richiederà anche il superamento delle difficoltà legate alla frammentazione delle proprietà, all’abbandono dei terreni e alla complessità del lavoro agricolo in quota. L’amministrazione comunale guarda quindi ai prossimi mesi, quando saranno presentate nuove iniziative dedicate alla tutela e alla valorizzazione della montagna, con particolare attenzione al mantenimento dei prati e al sostegno delle attività agricole.

Il messaggio del sindaco è quello di una responsabilità condivisa nei confronti di un patrimonio ereditato dalle generazioni precedenti. “Dobbiamo proteggere questa eredità affinché non diventi un ricordo, ma un tesoro vivo che sappia incantare le generazioni future”.

Non fermarti alle notizie suggerite dall’algoritmo

Su Google scegli Valtellinotizie.com per un’informazione verificata.

AGGIUNGI ORA