SONDRIO – Quarant’anni di carriera, 25 numeri uno al mondo arbitrati, oltre 8.000 incontri tra finali di tornei del Grande Slam, Atp Finals, Olimpiadi e Davis Cup: sono numeri che raccontano da soli la grandezza di Carlos Bernardes, protagonista ieri pomeriggio allo Spazio Generali di Sondrio.
L’arbitro di tennis brasiliano, che da anni vive in Italia, è stato accolto da un pubblico attento e partecipe, con cui ha condiviso un racconto intenso della propria carriera, intrecciato alle storie dei grandi campioni incontrati lungo il percorso. A introdurre l’evento è stato l’agente generale Schena Generali Sergio Schena, che ha sottolineato il valore di uno spazio ormai punto di riferimento per mostre, conferenze ed eventi, aperto alla comunità. L’incontro, organizzato grazie a Massimo Marconi, agente assicurativo ed ex arbitro internazionale, ha visto anche gli interventi dell’assessore allo Sport del Comune di Sondrio Michele Diasio e del presidente del Coni provinciale Ettore Castoldi.
Introdotto proprio da Marconi, ex collega e amico, Bernardes ha iniziato il suo racconto dall’infanzia in Brasile, nello Stato di San Paolo, quando la passione per il tennis lo portava, da bambino, a entrare furtivamente in un circolo durante il giorno di chiusura per poter giocare con gli amici. Un percorso che lo ha visto conciliare gli studi in ingegneria con l’attività di giudice di linea prima e di giudice di sedia poi, fino a diventare la massima autorità in campo.
Attraverso video e immagini, il racconto ha offerto uno sguardo privilegiato su un ruolo spesso visibile ma poco compreso. «Gli arbitri devono essere psicologi, psichiatri addirittura», ha spiegato Bernardes, sottolineando come sia necessario essere rigorosi ma comprensivi nei confronti dei giocatori, grandi campioni che in campo, oltre al talento, mostrano anche le proprie fragilità. «La gente dimentica che sono ragazzi – ha detto – sottoposti a pressioni enormi che spesso non reggono. Il tennis ha perso tanti buoni giocatori che non sono riusciti a gestire le critiche».
Un viaggio lungo quarant’anni, dalla Federation Cup del 1984 disputata in Brasile – con l’Italia in gara – fino al tributo finale ricevuto alle Atp Finals 2024 di Torino, con l’abbraccio del presidente ATP Andrea Gaudenzi e la dedica speciale di Jannik Sinner, vincitore su Taylor Fritz.

Non sono mancati i riferimenti ai grandi protagonisti del tennis mondiale: l’ammirazione per i big three Federer, Nadal e Djokovic, il carisma di André Agassi, la sfortuna di Del Potro frenato dagli infortuni, le intemperanze di Nick Kyrgios, la pacatezza di Pete Sampras e il talento di Andy Murray. Guardando al presente, Bernardes ha evidenziato il dualismo tra Sinner e Alcaraz, parlando del talento dello spagnolo e della straordinaria solidità mentale dell’italiano: «una macchina naturale, qualcosa che non si può allenare».
Tra gli aneddoti più curiosi, quello del file con le parolacce in tutte le lingue, fornito dalla Federazione internazionale agli arbitri per gestire le intemperanze dei giocatori. E ancora, il ricordo della finale tra Nadal e Djokovic a Wimbledon 2011, vinta dal serbo, con l’emozione di trovarsi al centro di uno dei tornei più iconici al mondo, osservato da bambino in televisione in bianco e nero.
Bernardes ha chiarito anche quale sia la vera difficoltà del suo lavoro: non tanto giudicare se una palla sia dentro o fuori – oggi facilitato dalla tecnologia – quanto la gestione della partita, fatta di equilibri, tensioni e rapporti umani.
L’incontro si è concluso con un momento particolarmente toccante. Rispondendo alle domande di Marconi, il pubblico ha avuto modo di conoscere non solo l’arbitro, ma anche l’uomo, che si è commosso parlando del suo più grande successo: la felicità, intesa come capacità di essere soddisfatti di ciò che si è vissuto, «di bello e di brutto».